C’è sempre qualcosa di particolare nelle presentazioni dei libri: non è solo un momento pubblico, ma un passaggio delicato, quasi esposto, in cui un autore consegna il proprio lavoro agli altri. È da lì che si può partire per entrare in Sette volte Sassari di Andrea Taffi (Catartica Edizioni, 2026), un libro che non si limita a raccontare, ma prova a restituire un pezzo di memoria della città.
Dentro questi racconti si muovono cinquant’anni di vita sassarese. Non come sfondo neutro, ma come materia viva: drammi umani, tensioni sociali, trasformazioni politiche. Tutto nasce da fatti reali, ma viene rielaborato in una narrazione che tiene insieme memoria e immaginazione.
Il punto è proprio questo: non si parla di luoghi lontani. Sassari è qui, riconoscibile. È nelle sue strade, nei suoi spazi quotidiani, nella sua energia. È una città che si attraversa mentre si legge, e che continua a interrogare anche chi la abita oggi.
L’ingresso nel libro avviene già dalla copertina, con l’immagine della stazione: un luogo di passaggio, ma anche di ritorno. Un simbolo che richiama subito il tema della memoria, del movimento tra passato e presente. Non è un dettaglio estetico: è una scelta narrativa precisa.
I racconti funzionano soprattutto per la forza dei personaggi. Sono imperfetti, vulnerabili, credibili. Non vengono giudicati, ma accompagnati. E proprio questa caratteristica li rende vicini a noi: si ha la sensazione di vederli, di sentirli parlare, di riconoscere nei loro gesti e nelle loro parole un pezzo di realtà e di memoria condivisa.
I dialoghi nel libro di Taffi hanno un ruolo centrale: serrati, a tratti incalzanti, costruiscono il ritmo della narrazione e danno corpo alle relazioni. Le storie si muovono tra spazi aperti e interni carichi di tensione, tra silenzi, segreti e conflitti che emergono poco alla volta, s senza scivolare mai nel banale.
C’è anche un elemento interessante nello sguardo di Andrea Taffi: non è sassarese, e proprio per questo costruisce un rapporto con la città che passa attraverso il bisogno di capire, di raccontare, di entrare in relazione. Lo fa lavorando su fonti, ma anche filtrando tutto attraverso una sensibilità personale che tiene insieme analisi e narrazione.
La lettura, in questo senso, non è mai passiva. Richiede attenzione, immaginazione, partecipazione. E il libro sembra costruito proprio per questo: per rallentare il tempo e costringere chi legge a fermarsi dentro le storie.
I temi sono forti e riconoscibili: amicizia, famiglia, giustizia, libertà, inganno. A tenere insieme tutto è una figura che attraversa i racconti – un avvocato ironico, quasi un regista interno – che osserva, collega, restituisce senso.
Il primo racconto, “A chi dire grazie”, si apre e si chiude con la stessa immagine proposta in copertina: una stazione, un treno, qualcuno che parte. È un movimento circolare che riporta sempre lì, al punto da cui si guarda indietro. Non è nostalgia, ma necessità di fare i conti con ciò che è stato.
Nel libro c’è spazio anche per il vuoto dei personaggi, che non è assenza ma possibilità: pause, esitazioni, momenti in cui si costruisce davvero il significato delle loro azioni. È lì che si crea la tensione, ed è lì che la narrazione trova la sua verità narrativa.
Sette volte Sassari tiene insieme tutto questo con una struttura solida, divisa in sette capitoli, ognuno con un proprio equilibrio. Le storie scorrono, ma non si lasciano consumare in fretta: chiedono attenzione, e in cambio restituiscono una città che non è solo il luogo dei racconti. È il loro centro emotivo. Ed è forse per questo che queste storie continuano a dirci qualcosa anche dopo l’ultima pagina.
(Maria Daniela Carta)
Sette volte Sassari – Andrea Taffi, Catartica Edizioni, Collana Hic Nos, 2026
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