Editore o stampatore? Il mercato drogato che danneggia gli autori (e i lettori)

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Editore o stampatore? Il mercato drogato che danneggia gli autori (e i lettori)

Durante una presentazione è saltato fuori uno di quei temi spigolosi di cui è sempre molto difficile parlare: contratti editoriali sbilanciati. Clausole di gradimento che permettono all’editore di tenersi il manoscritto e poi di non procedere alla pubblicazione. Contratti di durata lunghissima (la legge prevede un massimo di vent’anni) con rinnovi automatici. Diritti secondari blindati. Esclusive che immobilizzano l’autore. E ancora, contributi alla pubblicazione od obbligo di acquisto di un certo numero di copie.

Almeno in parte, le cose stanno effettivamente così. Ma se ci fermiamo lì, non capiamo quale sia il vero problema. Perché prima di parlare di clausole bisogna fare una distinzione: editore e stampatore non sono la stessa cosa.

Un editore vero investe. Seleziona. Rischia capitale. Costruisce un catalogo e una linea editoriale. Lavora per scovare lettori, non clienti tra gli autori. Non chiede contributi per pubblicare. Se lo fa sistematicamente, non è un editore: è un intermediario tra chi scrive e la tipografia.
Poi certo, esistono eccezioni. La poesia vende pochissimo, la saggistica scientifica fatica. In quei casi non ci si deve scandalizzare se l’editore chiede un contributo economico. Ma deve essere un’eccezione, non il modello di business. La saggistica di analisi politica o sociale per esempio, quando racconta un dibattito vivo, i lettori li trova eccome. Stesso discorso dicasi per la poesia, se è poesia che ha qualcosa da dire che non sia il solo mettere in mostra le abilità stilistiche di chi scrive.

Il punto è che un editore deve avere le idee ben chiare sul target di lettori a cui vuole rivolgere il proprio catalogo, deve cioè avere una linea editoriale, una idea di fondo su cui sviluppare il proprio progetto.

Ma perché esiste un numero sempre maggiore di editori a pagamento?

In Italia si sfiorano le novantamila pubblicazioni all’anno. Non è solo che “si legge poco”. È che si pubblica troppo. E a pubblicare di più sono i grandi gruppi editoriali. I grossi nomi che stampano anche oltre il migliaio di titoli l’anno e che riempiono il mercato del libro con centinaia e centinaia di novità. E quindi doveroso fare una distinzione tra grande, media, piccola e micro editoria. Più si è piccoli e più si è costretti a stampare perché più si pubblica e più si assottiglia la possibilità di ampliare la maglia dei lettori a cui proporre il tuo catalogo. È una rincorsa continua. Un sistema che, così com’è strutturato, favorisce solo chi ha potenza distributiva e fuoco mediatico. Dentro questa sovrapproduzione si infilano altri meccanismi, come i premi letterari o i grandi eventi fieristici, le rassegne e i festival che favoriscono i nomi del circolino.

E poi come se non bastasse ci sono le piattaforme di self publishing che promettono di “bypassare” l’editore in termini di vendite. In realtà bypassano selezione, editing e lavoro redazionale. Non sempre è così, ma nella maggioranza dei casi sì. È un mercato dove trovi di tutto, senza nessun filtro.

Poi ci sono le pseudo-case editrici che puntano sulle vendite garantite dagli autori prima ancora di sottoscrivere un contratto di pubblicazione: “prima assicuri che siano stati acquistati in preordine un certo numero di copie del futuro libro, poi ti pubblichiamo”. Oppure chiedono un contributo, o impongono l’acquisto di copie. Cambia la formula, non la sostanza. È editoria a pagamento. Realtà che accarezzano l’ego di chi scrive ma che spostano radicalmente il baricentro: non si guadagna vendendo libri ai lettori, bensì vendendo servizi agli autori. Ed è qui che occorre guardare per comprendere come si trasforma (in negativo) il mercato del libro.

Eppure le case editrici a pagamento sono presenti nelle fiere, nei festival, perfino dentro le associazioni di categoria che nei loro statuti dichiarano di non accettare editori a pagamento. Non è un sottobosco clandestino: è un segmento di mercato ormai normalizzato. Perché a voler pubblicare sono in tanti, e non tutti hanno la pazienza di aspettare una selezione vera. Così si paga pur di vedere il proprio nome in copertina.

Ma allora il problema sono le clausole sui contratti? Evidentemente no. Il nodo è strutturale: una produzione bulimica che va a discapito dei lettori, di chi scrive e dell’editoria indipendente. Ed è giusto che chi ambisce a vedere pubblicata la propria opera ne sia pienamente consapevole.

Come difendersi? Costruendo circuiti e comunità di lettori curiosi. E qui che entrano in gioco anche i librai, i festival e le numerose occasioni di incontro con l’autore. Se ci si limita ai bestseller spinti dai giornali che fanno da megafono ai grandi editori, il sistema rimane chiuso. E continuerà ad alimentare libri scritti da ghostwriter che scrivono per influencer, calciatori famosi, personaggi del jet set televisivo eccetera, perdendosi stili e generi nuovi capaci di raccontare il mondo in modo totalmente differente da come ve lo propina l’industria editoriale mainstream.

L’editoria indipendente vera – quella con una linea editoriale riconoscibile, che non chiede contributi – spesso intercetta l’esordiente bravo, quello che non è nel “giro giusto”, il testo che non è politicamente accomodante, il libro che non nasce per trasformare chi l’ha scritto nel nuovo fenomeno da ospitare nei salotti dei talk show televisivi.

Scardinare questo meccanismo richiede fatica. Richiede di dire apertamente che l’editoria mainstream è la principale causa della sovrapproduzione libraria, che l’editoria a pagamento è la scorciatoia degli scrittori. Richiede lettori più curiosi. Richiede spazi di primo piano nelle librerie, nelle fiere e nei festival. E soprattutto richiede una cosa semplice: chiamare le cose con il loro nome.

Uno stampatore non è un editore.

(Giovanni Fara)

© Credit indielibri

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