C’è un equivoco di fondo, quando si parla di silenzio nei bambini: lo si scambia quasi sempre per timidezza. Una fase, un tratto caratteriale, qualcosa che passerà da sé. Celestino senza parole, il libro di Manuela Udella, parte esattamente da qui, da questo errore di lettura, e lo mette in discussione con una storia che ha poco di consolatorio e molto di necessario.
Il libro nasce da un lavoro lungo, stratificato, che affonda le proprie radici nelle esperienze cliniche e scolastiche dell’autrice. Non è un’operazione narrativa costruita a tavolino, ma la capacità di trasformare anni di osservazione e ascolto in uno strumento accessibile, capace di parlare a bambini, genitori e insegnanti senza perdere complessità.
Celestino ha cinque anni e vive dentro una contraddizione che nel racconto non viene mai banalizzata: a scuola è “silenzioso”, a casa è un fiume di parole. Non si tratta di due diverse personalità, ma di una reazione che cambia a seconda dei contesti e delle situazioni di vita. Dove si sente esposto, il linguaggio si blocca; dove si sente al sicuro, torna a fluire. Il punto è tutto qui: il mutismo selettivo non è assenza di voce, ma eccesso di emozione che non trova un canale per uscire.
Il libro funziona proprio perché non cerca scorciatoie interpretative. Non c’è nessuna semplificazione pedagogica, nessuna retorica del “basta incoraggiarlo”. Al contrario, emerge con chiarezza il peso che il silenzio porta con sé, soprattutto quando non viene letto correttamente dagli adulti. Le aspettative, anche quelle in buona fede, diventano pressione. E la pressione, in questi casi, non sblocca nulla, anzi irrigidisce.
È nel momento in cui la famiglia cambia sguardo che qualcosa si muove. Quando smette di chiedere e inizia a capire, il silenzio perde la sua funzione difensiva. Non perché scompaia, ma perché non è più costretto a reggere da solo il rapporto con il mondo. In questo passaggio il libro inserisce una rete di supporto che non è solo narrativa: insegnanti, figure educative, specialisti. La Fata che compare nel racconto non è un elemento fantastico fine a sé stesso, ma la traduzione simbolica di un aiuto concreto, di quel ponte che spesso manca tra scuola, famiglia e ambito clinico.
Il finale evita la trappola della guarigione miracolosa. Celestino non diventa improvvisamente “chiacchierone in pubblico” e non si adegua a un modello. Fa qualcosa di più interessante: impara a riconoscere il proprio coraggio e a usarlo, affrontando la paura senza eliminarla, trasformandola in qualcosa di gestibile.
Quello che resta, alla fine, è una presa di posizione chiara: il problema non è il silenzio in sé, ma il modo in cui lo si osserva. Se lo si interpreta come mancanza, si interviene forzando. Se lo si riconosce come segnale, si può costruire uno spazio diverso, in cui le parole non sono richieste ma rese possibili.
Celestino senza parole sta tutto qui. Non nella storia di un bambino che impara a parlare, ma in quella di adulti che imparano ad ascoltare davvero. Ed è questo, probabilmente, il passaggio più difficile.
(Francesca Placido)
Celestino senza parole. Racconto di Parolandia – Manuela Udella, Catartica Edizioni, Collana Tene Tene, 2026
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