Quando ho finito di leggere il romanzo ho spedito un messaggio a Luca: «Il libro l’ho finito di leggere e io sono rimasto ancora a Malfatano».
Su bentu malu non è solo il vento cattivo che percorre le campagne del Sulcis ottocentesco. È una crepa nella storia. Il momento preciso in cui una civiltà smette di essere padrona del proprio tempo.
Tolu ha scelto l’Ottocento e la scelta non è casuale. È chirurgica. Quel secolo è forse l’ultimo in cui la Sardegna conserva ancora, in modo riconoscibile, una propria coerenza identitaria. Ma Tolu non scrive di nostalgia. Scrive del momento esatto della frattura: quando la vita come l’isola l’aveva organizzata, con le sue regole non scritte, i suoi equilibri comunitari, il suo senso del tempo, comincia a cedere sotto la pressione di istituzioni che non conoscono quella terra e non hanno nessuna intenzione di impararla a conoscere.
La struttura del romanzo dice già tutto questo prima ancora che inizi la storia. Dodici capitoli, dodici mesi – da Cabudanni fino ad Austu – scanditi dal calendario sardo, che era insieme agricolo, liturgico e popolare. Dentro quel calendario vivevano il lavoro, le feste, i riti, le paure, le speranze e le attese. Il tempo ciclico della comunità agropastorale diventa la forma stessa della narrazione. E quando quel ritmo si rompe, lo sentiamo nella carne prima ancora di capirlo con la testa.
Attorno al piccolo Elias, strappato ai suoi affetti dalla violenza e dai lutti, si muovono figure segnate dal destino: Mariano, sacerdote diviso tra fede e istinto; Frantzisca, meiga e donna coraggiosa; tziu Efis, patriarca custode di un sapere antico. Sono figure di confine – non eroi, non vittime, ma persone che cercano di abitare un mondo che sta cambiando forma sotto i loro piedi senza che nessuno abbia chiesto loro il permesso.
Da parte mia, ciò che ho apprezzato di più in Tolu è una scelta che non tutti gli autori hanno il coraggio di fare: non usare la tradizione come scenografia, ma come struttura narrativa. Le feste, i ritmi stagionali, le credenze popolari non sono colore locale – sono il sistema di valori dentro cui i conflitti prendono significato, e fuori dal quale perdono senso. È esattamente la differenza che conta: tra chi abita una cultura e chi la espone.
La lingua sarda nei dialoghi non è folklorismo. Riflette una divisione reale del mondo. All’epoca, l’italiano era percepito come lingua straniera, strumento di un potere distante e indifferente. Tenere quella distinzione nella pagina – con un’attenzione alla parlata autentica e priva di italianismi curata anche dalla revisione di Federica Picciau – è un atto di onestà storica e narrativa insieme. Ogni parola in sardo è una presa di posizione silenziosa, un confine che il testo traccia e difende.
Su tutto soffia su bentu malu. E quando il romanzo finisce, rimani lì a Malfatano a riflettere – ti accorgi che la catastrofe di cui parlano gli studiosi non è un concetto astratto: ha un volto, ha un mese dell’anno, ha il nome di qualcuno che non ha scelto di perdere quello che ha perso.
(Andrea Locci)
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