Tre estati, tre infanzie, tre modi diversi di imparare il mondo. Dalla fatica dei campi agli schermi, una riflessione su ciò che abbiamo guadagnato e su ciò che rischiamo di perdere.
La generazione dei miei nonni era quella di chi, fin dalla più tenera età, in piena estate, imparava la vita lavorando sotto il sole. La mia generazione è stata quella di chi, sotto quello stesso sole, sudava, si sporcava di terra e trasformava ogni giornata in un’avventura. La generazione dei bambini di oggi è, sempre più spesso, quella di una fanciullezza di cristallo che attraversa l’estate al chiuso dell’aria condizionata, tra apprensioni e paure, alienati dalla natura.
Sono tre fotografie d’estate. Tre istantanee di epoche diverse che raccontano quanto sia cambiato il nostro modo di crescere.
Fino ai primi decenni del Novecento, e in molte realtà rurali anche oltre la Seconda guerra mondiale, il tempo del gioco era poco, talvolta inesistente. Appena un bambino era in grado di rendersi utile, veniva mandato nei campi o al pascolo. A sei, sette o otto anni era già una piccola ma preziosa risorsa per l’economia familiare. La scuola terminava spesso con la prima o la seconda elementare e poi il morbido del focolare domestico lasciava spazio alla durezza della campagna, dove si imparava presto il valore della fatica e della responsabilità. Un mondo che, seguendo un archetipo forse troppo funzionale ad una narrazione italocentrica, Gavino Ledda ha consegnato alla memoria collettiva nel suo “Padre padrone”.
La mia generazione, fortunatamente, il lavoro infantile non l’ha conosciuto. Ha conosciuto però la libertà. Eravamo bambini che giocavano con altri bambini. Ci sporcavamo di terra, allagavamo i formicai, rincorrevamo lucertole, costruivamo capanne e tornavamo a casa solo quando il sole iniziava a calare. Non avevamo un adulto a sorvegliarci in ogni momento e imparavamo, spesso da soli, attraverso l’esperienza diretta, a conoscere la realtà che ci circondava.
I bambini di oggi crescono in un contesto completamente diverso. Sono più protetti, più sorvegliati e più circondati dalla tecnologia. L’estate rischia così di diventare un tempo trascorso prevalentemente negli ambienti chiusi, davanti a uno schermo. Il caldo è eccessivo, gli insetti danno fastidio, l’erba punge, la terra sporca e al mare non si può stare tutto il tempo nel chiosco. Così l’esperienza diretta della natura, che per secoli è stata il primo grande maestro dell’infanzia, tende lentamente a lasciare il posto all’esperienza digitale. Magari dentro un qualche “non luogo” refrigerante come il centro commerciale, sancendo una volta per tutte la morte di quella “scuole impropria” citata da Michelangelo Pira.
Sono tre fotografie d’estate. Tre modi diversi di essere bambini. La prima appartiene a un tempo che nessuno vorrebbe rivivere, perché nessun bambino dovrebbe lavorare. La seconda racconta una libertà che oggi sembra più difficile concedere. La terza ci offre comodità e sicurezza che un tempo erano impensabili, ma forse ci invita anche a chiederci se, nel nostro desiderio di proteggere i più piccoli, non abbiamo finito per allontanarli da quella natura che, da sempre, è stata la loro prima palestra di vita.
Forse dovremmo domandarci se l’evoluzione, spinta da un eccesso di energia cinetica, non stia correndo oltre il necessario. E forse, ogni tanto, desiderare trovare il coraggio di rallentare e raccogliere qualcosa di ciò che abbiamo lasciato lungo il cammino.
A proposito di fotografie d’estate, ne esiste una anche nel mio romanzo Bentu malu. È ambientata nella Sardegna della metà dell’Ottocento e racconta i bambini intenti a isciuiai, il compito di fare da spaventapasseri viventi nei campi di grano. Un affresco di un tempo dimenticato, capace di ricordarci quanto profondamente sia cambiato il significato stesso dell’infanzia.
Appena varcato il confine del villaggio, il paesaggio si aprì davanti a loro con tutto il suo fascino contadino. Le colline, coltivate a grano e leguminose, già cotte sotto il sole di giugno, si susseguivano come onde dorate e immobili. Qua e là, tra i campi, si scorgevano piccoli fanciulli intenti a isciuiai ³³⁶ in cambio di qualche libbra di grano o di pane. I bambini si muovevano incessantemente in lungo e in largo nei campi, battendo barattoli di latta o percuotendo rudimentali pezzi di metallo. Le loro voci si confondevano al fracasso degli arnesi in una sorta di sinfonia agreste che si perdeva nell’aria calda.
Elias osservava curioso con gli occhi attenti i movimenti rapidi di quei coetanei. Uno di loro, un ragazzino più alto degli altri con una chioma nera riccioluta, vedendo i due passare a cavallo, sollevò il barattolo legato al collo e lo percosse con ancora più forza. A ogni colpo, i passeri si alzavano in volo, uno stormo che si disperdeva colorando di piccoli puntini neri il cielo sopra i campi.
«Ita funt faendi custus pipius?» ³³⁷ chiese Elias sottovoce.
Mariano mi dispiace. «Faint is mustaionis. Est unu traballu chi donant a is pipius candu su trigu est casi prontu. Ddu bis? Cun cussus botulus faint carrasciu po fai fuiri is pillonis chi bolint papai s’arregorta.» ³³⁸
Elias annuì, affascinato da quello strano spettacolo, e tornò a osservare i ragazzini, immaginando come sarebbe stato divertente unirsi a loro.
—
³³⁶ Andai a isciuiai significa recarsi ai campi per spaventare gli uccelli e impedire loro di cibarsi del raccolto. In poche parole: fare da spaventapasseri viventi.
³³⁷ Cosa stanno facendo questi bambini?
³³⁸ Fanno lo spaventapasseri. È un lavoro che si dà ai bambini quando il grano è quasi maturo. Lo vedi? Con quei barattoli e quei tubi fanno fracasso e fanno scappare gli uccelli che vogliono mangiare il raccolto.
Bentu Malu – Luca Tolu, Catartica Edizioni, Collana Hic Nos, 2026
(Luca Tolu)
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