L’intersezionalità al Cinema di Francesca Pili non accompagna lo sguardo: lo disarma. Non indica un percorso rassicurante, ma sposta il punto d’appoggio, fa vacillare la prospettiva, costringe a guardare dal margine, quel mondo “marginale”, che non è mai neutro e le immagini non sono mai innocenti. È un libro che non si limita a suggerire cosa guardare, ma ci obbliga a interrogarci su come guardiamo, da quale posizione di potere guardiamo, e fino a dove siamo dispost* ad andare “oltre”, con uno sguardo diverso?
Pagina dopo pagina, il cinema smette di apparire e si rivela di nuovo per ciò che è sempre stato: un apparato che organizza il visibile e l’invisibile. Pili, artista militante transfemminista intersezionale, con una passione viscerale per le arti visive, non edulcora nulla. Il suo saggio nasce da una consapevolezza storica ormai ineludibile: il femminismo, per continuare a essere pratica di liberazione e non ideologia escludente, ha dovuto fare i conti con le proprie omissioni. Il cosiddetto soggetto universale: bianco, cisgender, eterosessuale, abile, giovane, di classe media, viene qui smontato come finzione normativa, e il cinema emerge come uno dei luoghi privilegiati in cui questa finzione si è riprodotta, consolidata, naturalizzata.
Il cuore teorico del libro è l’intersezionalità, intesa non come etichetta rassicurante, ma come metodo critico radicale. Riprendendo il pensiero di Kimberlé Crenshaw (giurista americana), Francesca Pili, mostra con chiarezza come le oppressioni non siano compartimenti stagni né somme aritmetiche, ma sistemi intrecciati che producono soggettività specifiche, spesso indecifrabili se osservate da una sola angolazione. Nel cinema questo intreccio si manifesta tanto nelle immagini quanto nei vuoti: chi ha diritto alla complessità narrativa, chi resta confinato al ruolo di figura funzionale, chi viene sistematicamente espulso dall’inquadratura o ridotto a cliché.
È qui che il discorso si fa realmente destabilizzante. L’intersezionalità, applicata alle immagini, non serve a “includere” nuovi corpi in strutture già date, ma a mettere in crisi le strutture stesse. Il dialogo con il transfemminismo rende questo passaggio esplicito: sesso e genere vengono analizzati come costruzioni politiche, dispositivi di controllo e normalizzazione dei corpi. Il cinema, ci ricorda Pili, non si limita a riflettere il mondo: lo fabbrica, lo disciplina, lo gerarchizza. E lo fa sempre intrecciando patriarcato, razzismo, capitalismo e colonialismo in un’unica grammatica visiva.
Gli esempi analizzati, che scelgo volutamente di non citare, per non sottrarre al lettore il piacere dello svelamento nel senso heideggeriano del “dischiudimento”, non sono mai “decorativi”; ogni film diventa un campo di forze, un luogo in cui si rendono visibili vite attraversate simultaneamente da transfobia, razzismo, sfruttamento economico, ageismo, occupazione coloniale, senza che una forma di oppressione venga isolata o gerarchizzata rispetto alle altre. Quando lo sguardo si sposta, ad esempio, sul cinema palestinese, emerge con forza un’immagine che rifiuta il dominio e apre a una visione relazionale, orizzontale, capace di ripensare radicalmente la storia, il genere e il potere.
Uno degli aspetti più preziosi del saggio è l’allargamento del campo estetico e politico. Il cinema, pur restando il fulcro dell’analisi, entra in dialogo con poesia, letteratura, musica, fotografia, teatro. Come poeta, non posso che sentirmi direttamente chiamata in causa. Pili ci ricorda che tutte le pratiche artistiche possono diventare luoghi di enunciazione per soggettività marginalizzate, ma che il cinema possiede una responsabilità specifica: costruisce immaginari collettivi, plasma il senso comune, educa lo sguardo, e ogni educazione dello sguardo è un atto politico.
L’intersezionalità al Cinema non chiede rappresentazione. Chiede rottura. Non vuole diversità addomesticata, ma sguardi indisciplinati. Non propone inclusione, ma trasformazione radicale delle strutture narrative e visive. Raccontare per immagini, ci sussurra Francesca Pili, è sempre un atto di potere. E ogni atto di potere può essere disertato. Questo libro non consola: arma!
Non pacifica: espone! Non promette immagini migliori, ma immagini più vere. A chi ama il cinema, a chi scrive, a chi guarda, a chi lotta, queste pagine offrono una possibilità: smettere di consumare immagini e iniziare a resistere dentro di esse. Perché la vita, quella reale, non è mai lineare, mai pura, mai separabile; è intersezionale. E pretende di essere guardata così.
(Luana Farina Martinelli)
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